← Writing ← Scrittura

On Becoming Who You Are Sul diventare quel che si è

We live in the age of absolute freedom, yet we have never been such skilled slaves. Friedrich Nietzsche's ancient imperative, "become what you are," seems further away today than ever. Not because we lack the freedom to choose, but because its abundance frightens us. Being free means taking on the task of shaping oneself without relying on pre-packaged models, without hiding behind identities tailored by others. It is a difficult undertaking. It is much easier to take refuge in the noise of the world. We do this when we anesthetize the silence in the screen of a smartphone, but also when we turn work into a religion, travel into a permanent escape, or ideological belonging into a comfortable armor. Our era offers infinite possibilities for escape. Yet, every shared distraction conceals the same renunciation: that of the difficult task of becoming authors of our own existence. Viviamo nell'epoca della libertà assoluta, eppure non siamo mai stati così abilmente schiavi. L'antico imperativo di Friedrich Nietzsche, "diventa ciò che sei", appare oggi più lontano che mai. Non perché ci manchi la libertà di scegliere, ma perché la sua abbondanza ci spaventa. Essere liberi significa assumersi il compito di dare forma a sé stessi senza affidarsi a modelli precostituiti, senza nascondersi dietro identità confezionate da altri. È un'impresa difficile. Molto più facile è rifugiarsi nel rumore del mondo. Lo facciamo quando anestetizziamo il silenzio nello schermo di uno smartphone, ma anche quando trasformiamo il lavoro in una religione, il viaggio in una fuga permanente o l'appartenenza ideologica in una comoda armatura. La nostra epoca offre infinite possibilità di evasione. Eppure, ogni distrazione condivisa nasconde la stessa rinuncia: quella al difficile compito di diventare autori della propria esistenza.

The first, unsuspected refuge from the fatigue of being ourselves is the myth of hyper-productivism. The perpetually full agenda has become the status symbol of a fake realization; we reduce our value to performance. We self-inflict frantic rhythms out of fear. The constantly busy man recalls the Camel described by Nietzsche: the one who accumulates burdens, duties, and obligations until he identifies completely with them. We use haste as an existential anesthetic. We fill every moment with "doing" to avoid the emptiness of being. As long as we run, we flee from confronting our bare reality, preferring physical exhaustion to the anguish of not having already laid tracks to follow. Thinking of becoming what you are requires the revolutionary act of stopping. It means claiming the right to stasis and boredom, refusing to be shielded by compulsive activism. Only when we turn off the engine of productivity can we notice the raw material that inhabits us: conflicting desires, confused aspirations, disordered impulses. It is from that chaos that the most difficult task begins. Not that of finding ourselves, but of giving shape to what we are. Il primo, insospettabile rifugio dalla fatica di essere noi stessi è il mito dell'iperproduttivismo. L'agenda perennemente piena è diventata lo status symbol di una finta realizzazione, riduciamo il nostro valore alla performance. Ci auto-infliggiamo ritmi frenetici per paura. L'uomo costantemente occupato ricorda il Cammello descritto da Nietzsche: colui che accumula pesi, doveri e obblighi fino a identificarsi completamente con essi. Usiamo la fretta come un anestetico esistenziale. Riempiamo ogni istante di "fare" per evitare il vuoto dell'essere. Finché corriamo, fuggiamo dal confronto con la nostra nuda realtà, preferendo l'esaurimento fisico all'angoscia di non avere binari già tracciati da seguire. Pensare di diventare ciò che si è richiede l'atto rivoluzionario di fermarsi. Significa rivendicare il diritto alla stasi e alla noia, rifiutando di farsi scudare dall'attivismo compulsivo. Solo quando spegniamo il motore della produttività possiamo accorgerci del materiale grezzo che ci abita: desideri in conflitto, aspirazioni confuse, impulsi disordinati. È da quel caos che prende avvio il compito più difficile. Non quello di trovare noi stessi, ma di dare una forma a ciò che siamo.

To understand the nature of this escape, it is necessary to clarify what Nietzsche meant when he invited us to become what we are. The expression can be misleading. It does not mean digging inside oneself until finding a supposed hidden essence, nor recovering an authentic identity buried under social conventions. For Nietzsche, man is not something complete waiting to be discovered. He is an intertwining of impulses, inclinations, desires, and contradictions: a living and often chaotic matter. Becoming oneself does not mean freeing that chaos nor repressing it, but giving it a form. Nietzsche called this task "giving style to one's character". Just as an artist works marble without being able to choose the starting material, so the authentic individual organizes what he is, transforms his own limits into distinctive traits and his own tensions into a direction. It is a work of composition, not of rediscovery. Precisely for this reason freedom frightens: it offers no instructions, but demands creation. Per comprendere la natura di questa fuga occorre chiarire cosa intendesse Nietzsche quando invitava a diventare ciò che si è. L'espressione può trarre in inganno. Non significa scavare dentro di sé fino a trovare una presunta essenza nascosta, né recuperare un'identità autentica sepolta sotto le convenzioni sociali. Per Nietzsche l'uomo non è qualcosa di compiuto che attende di essere scoperto. È un intreccio di impulsi, inclinazioni, desideri e contraddizioni: una materia viva e spesso caotica. Diventare sé stessi non significa liberare quel caos né reprimerlo, ma conferirgli una forma. Nietzsche chiamava questo compito "dare stile al proprio carattere". Come un artista lavora il marmo senza poter scegliere la materia di partenza, così l'individuo autentico organizza ciò che è, trasforma i propri limiti in tratti distintivi e le proprie tensioni in una direzione. È un'opera di composizione, non di ritrovamento. Proprio per questo la libertà spaventa: non offre istruzioni, ma pretende creazione.

The obsession with elsewhere. We collect events, accumulate stamps on our passport and geographic coordinates, convinced that this hunger for stimuli is synonymous with a free life (I write this with a veil of self-criticism). Often, however, this nomadism is just a sophisticated escape from oneself. We travel to avoid having to stop, covering kilometers just to fill the void of an inner trajectory that we don't know how to trace. We become enthusiastic spectators of the world rather than taking on the role of authors of our being, rather than becoming protagonists of our world. But the problem is not the journey itself. Traveling can be one of the highest forms of openness to the world. It becomes an escape, however, when the accumulation of experiences replaces the work of building oneself. We cross continents without ever questioning the direction of our lives. We constantly change scenery to avoid facing the question that remains motionless at the center of every movement: who am I becoming? L'ossessione per l'altrove. Collezioniamo eventi, accumuliamo timbri sul passaporto e coordinate geografiche, convinti che questa fame di stimoli sia sinonimo di una vita libera (scrivo con un velo di autocritica). Spesso, però, questo nomadismo è solo una sofisticata fuga da se stessi. Viaggiamo per non dover sostare, coprendo chilometri pur di riempire il vuoto di una traiettoria interiore che non sappiamo come tracciare. Diventiamo spettatori entusiasti del mondo pur di non assumere il ruolo di autori del nostro essere, pur di non diventare protagonisti del nostro mondo. Ma il problema non è il viaggio in sé. Viaggiare può essere una delle forme più alte di apertura al mondo. Diventa però una fuga quando l'accumulo di esperienze sostituisce il lavoro di costruzione di sé. Si attraversano continenti senza mai interrogare la direzione della propria vita. Si cambia continuamente scenario per evitare di affrontare la domanda che resta immobile al centro di ogni spostamento: chi sto diventando?

Among the most widespread temptations of modernity is that of entrusting one's identity to already available categories. Shaping oneself is a process that exposes one to doubt and the fatigue of autonomous thought. To avoid this effort, the contemporary individual chooses a convenient shortcut: adopting a pre-packaged identity on the market of ideas. This barter manifests itself in the obsessive need to pigeonhole oneself into existential micro-categories, but finds its peak in politics reduced to slogans. We enlist in rigid geopolitical fan bases, or take refuge in the anachronistic comfort of nostalgia. Wearing these binary narratives offers ready answers at zero cost and, above all, gives the protective warmth of a flock of peers. We stop analyzing the complexity of reality and start repeating fixed formulas. This is the implicit renunciation of the most radical freedom: the man who abdicates his own mind to shield himself with a slogan, preferring to be the megaphone of someone else's ideology rather than the author of his own uniqueness. Tra le tentazioni più diffuse della modernità vi è quella di affidare la propria identità a categorie già disponibili. Dare forma a se stessi è un processo che espone al dubbio e alla fatica del pensiero autonomo. Per evitare questo sforzo, l’individuo contemporaneo sceglie una comoda scorciatoia: adotta un’identità preconfezionata sul mercato delle idee. Questo baratto si manifesta nella necessità ossessiva di incasellarsi in micro-categorie esistenziali, ma trova il suo culmine nella politica ridotta a slogan. Ci si arruola in tifoserie geopolitiche rigide, o ci si rifugia nel conforto anacronistico dei nostalgismi. Indossare queste narrazioni binarie offre risposte pronte a costo zero e, soprattutto, regala il calore protettivo di un gregge di simili. Si smette di analizzare la complessità del reale e si inizia a ripetere formule fisse. Questa è la rinuncia implicita alla libertà più radicale: l'uomo che abdica alla propria mente per farsi scudo con uno slogan, preferendo essere il megafono di un’ideologia altrui piuttosto che l'autore della propria unicità.

"Becoming what you are" requires radical iconoclasm. It means giving up ready-made identities, going through loneliness, and bearing the weight of one's freedom without constantly seeking shelter in the noise of the world. For Nietzsche, the task is not to discover some hidden essence, but to give style to one's character. To transform the chaos that inhabits us into a form, the contradictions into a direction, life into a work of art. "Diventare ciò che si è" richiede un'iconoclastia radicale. Significa rinunciare alle identità già pronte, attraversare la solitudine e sostenere il peso della propria libertà senza cercare continuamente riparo nel rumore del mondo. Per Nietzsche il compito non è scoprire una qualche essenza nascosta, ma dare stile al proprio carattere. Trasformare il caos che ci abita in una forma, le contraddizioni in una direzione, la vita in un'opera.

Most men prefer to inherit their existence. Few agree to create it. La maggior parte degli uomini preferisce ereditare la propria esistenza. Pochi accettano di crearla.

And perhaps this is the ultimate meaning of that ancient imperative: not to find what we are, but to become worthy of being it. E forse è proprio questo il significato ultimo di quell'antico imperativo: non trovare ciò che siamo, ma diventare degni di esserlo.

René Magritte - La Clairvoyance
René Magritte - La Clairvoyance René Magritte - La Chiaroveggenza